Inizio primavera al Fumetto Festival di Lucerna

[Anche quest'anno sono stata a Lucerna per il Fumetto Festival. Qui vi racconto come è andata.
Articolo originariamente apparso su Lo Spazio Bianco
]

Inutile nasconderlo: ormai il Fumetto Festival di Lucerna è diventato, più che un appuntamento fisso delle mie primavere, una vera e propria droga. Non riesco a fare a meno dei paesaggi svizzeri, che sfidano ogni luogo comune, fatti di laghi e mucche, dei panini con la crosta mille-semi e burro, cetriolo e salame, della Gazosa Colesina, dei prezzi proibitivi, dei bambini con le guance da Heidi e dell’indigestione di mostre di fumetto che mi attende ogni anno.

FumettoLogoItal_2013Ma se dovessi dire cosa più mi piace del Fumetto di Lucerna è che per me è diventato un vero e proprio momento di formazione.
Il fumetto di area tedesca (e nord-europea) è molto vivace e fuori dagli schemi e stilemi del resto d’Europa o del mondo; si potrebbe dire che stia facendo “scuola” e, seppure negli ultimissimi tempi in Italia sono uscite alcune pubblicazioni provenienti da questa zona (penso a Ulli Lust per Coconino, Aisha Franz per Canicola, Isabel Kreitz per Black Velvet, Sharmila Banerjee per Inuit), è ancora parzialmente sconosciuto. Senza contare che questo “sguardo laterale” viene applicato dagli organizzatori anche nella scelta degli ospiti stranieri. E così il festival diventa un appuntamento durante il quale l’impasto di cose nuove e altre semisconosciute, di grandi nomi del fumetto anche mainstream e di realtà lontane indagate con perizia, riesce a coinvolgere sia i lettori appassionati, sia gli esperti, sia i bambini, sia chi si avvicina per la prima volta al mezzo.

Le mostre del Fumetto Festival di Lucerna, tra l’altro, si svolgono sempre in location scelte con cura: dai sempre presenti Museo d’Arte Contemporanea, Istituto di Belle Arti e Am-Rhyn-Haus, a nuovi luoghi “invasi” per l’occasione come il Neubad, una piscina meravigliosa dal futuristico sapore anni sessanta, ai millemila negozietti, alberghi e locali che ospitano le mostre satellite (dove scoprire i lavori e i nomi di nuovi artisti, prevalentemente svizzeri).

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mostra sull’Underground

Crumb e lunderground

Mostra principale di quest’anno, quella al Kunstmuseum di Lucerna, era la collettiva dedicata a Robert Crumb e ad altri artisti dell’Underground americano. Partendo dai primi lavori di Crumb, passando per tutti i compagni del movimento che negli anni Sessanta trattavano temi politicamente “scomodi” o comunque unpolitically correct (i diritti gay e lesbo, la protesta contro la guerra del Vietnam, la liberazione della donna e la sperimentazione con le droghe) con un tratto libero, spesso grottesco, satirico, sensuale, molto divertente. In mostra tavole di Kim Deitch, Bill Griffith, Vaughn Bode, Trina Robbins, Joel Beck e molti altri, che ben descrivevano quel momento della storia del fumetto, scosso da forti venti di ribellione contro ogni tentativo di inscatolamento della voce artistica tra le strettissime maglie del fumetto mainstream e industriale americano. Erano esposte anche tavole di artisti “tangenti” come Art Spiegelman, Will Eisner, Harvey Kurtzman, Charles Burns.

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Anders Nilsen

Big questions

Forse la mostra che mi è piaciuta di più (anche se è davvero difficile scegliere) era quella che occupava il sottopassaggio della stazione, luogo particolarmente freddo e inquietante. Tre artisti riuniti assieme dal loro porsi importanti interrogativi attraverso il fumetto: Paula Bulling, Danielle De Picciotto, entrambe tedesche, e l’americano Anders Nilsen.

Il titolo della mostra si rifà proprio a quello dell’opera del 2011 di Nilsen: Big questions è un librone di oltre seicento pagine che racconta una favola metafisica popolata da alcuni umani e tantissimi uccellini, che si interrogano su morte, giustizia, libero arbitrio. In mostra anche alcune stampe in grande formato del nuovo lavoro in uscita di Nilsen: Rage of Poseidon. Qui i protagonisti sono gli dei dell’Olimpo e i loro miti attualizzati ai tempi moderni.
Troviamo quindi Isacco che dopo aver scampato il sacrificio torna a giocare ai videogiochi, mentre Gesù cerca di abbordare Afrodite in un bar.

Paula Bulling

Paula Bulling

Molto interessante il lavoro della Bulling, che sfrutta il reportage a fumetti per esplorare tematiche di stretta rilevanza politica come in Das Land der Frühaufsteher, che racconta la vita di alcuni rifugiati in Germania, o Common Grounds, il suo progetto in lavorazione, per il quale ha intervistato diversi attivisti di Occupy Wall Street.

We are gypsies now è invece il diario di Danielle De Picciotto, che con il marito Alexander Hacke (bassista degli Einstürzenden Neubauten) ha deciso di abbandonare la sua casa e darsi alla vita nomade, documentando a fumetti le domande esistenziali che questa scelta porta con sé.

Oliver Schrauwen

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Oliver Schrauwen

Nella cornice del Bourbaki Kino (un cinema multisala che si è convenientemente attorcigliato attorno al vecchio palazzo che conteneva il panorama, un dipinto ottocentesco circolare lungo 112 metri), la mostra del più pazzo di tutti. Oliver Schrauwen è un fumettista fiammingo già noto in Italia ai frequentatori di Bilbolbul. La sua particolarità è quella di riuscire a fondere uno stile che si rifà abbastanza esplicitamente al fumetto classico con storie malate, personaggi perversi, tematiche “storte”. Durante il Fumetto Festival veniva presentata una retrospettiva con tavole dai suoi ultimi lavori, le sue sculture e i suoi murales.

Ward Zwart

Sempre belga una delle mie personali rivelazioni del Fumetto Festival di quest’anno. Ward Zwart è un illustratore e fumettista dell’85 che ha già pubblicato per Nobrow e il New York Times, ma per farsi un’idea precisa del suo stile è indicativa la collaborazione con Vice: musica punk e hardcore, alcol, perdersi nei boschi, jeans e maglietta, animali morti. Zwart si destreggia tra lavori di grafica su commissione e progetti indipendenti sempre a mezzo stampa: libri, fanzine, etc. Chiaramente influenzato da una “certa” fotografia, istantanea e impressionistica, di sballo, disagio e solitudine,

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Ward Zwart

Zwart disegna con matita e carboncino fondendo riferimenti che vanno dalla cultura alta a quella pop, dagli ambienti naturali al disordine vitale degli interni.
In mostra parecchie tavole dalla sua antologia Mostly Cola (2012), ormai sold-out, che lo ha reso famoso in patria.

In piscina

Dicevo più sopra di uno dei nuovi spazi espositivi del Festival: messa da parte perché un nuovo polo sportivo è sorto a poca distanza, la piscina (un capolavoro d’architettura futuribile anni sessanta, con le vasche al secondo piano e incredibili phon per i capelli dai colori acidi) è stata scelta dalle istituzioni per una gara per decidere quale sarebbe stato il suo futuro. Così da un paio di mesi soltanto è nato il Neubad, un centro per le arti, la scienza e l’imprenditoria al servizio della cittadinanza. Quest’anno il Neubad era parte integrante dell’organizzazione espositiva del Fumetto Festival. Un secondo polo, un po’ più decentrato rispetto al Festivalzentrum Konrschütte tradizionale.
Qui, oltre al “mercato” delle etichette indipendenti europee (dove erano presenti anche i nostri Inuit), c’erano diverse mostre: da quella di Anke Feuchtenberg e Stefano Ricci, che avevano anche dipinto un gigantesco murales sulla vetrata di una delle piscine, al collettivo svizzero, capitanato da Yannis La Macchia, che ha dato alle stampe Un fanzine carré: un’antologia in forma cubica in 999 esemplari diversi, per continuare a sperimentare e a interrogarsi sulla stampa e sulla forma libro.

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murales di Stefano Ricci e Anke Feuchtenberg

 Stupefacente la mostra degli studenti di Anke Feuchtenberg all’Accademia di Belle Arti di Amburgo: una collettiva di una ventina di artisti, quasi tutti a livelli altissimi.

Mi fermo qui, per non tediarvi oltre, ricordando però anche le mostre di Marijpol, che presentava il suo ultimo libro Eremit; Bastien Gachet, che faceva un lavoro interessante sullo spaesamento e sull’attenzione dello spettatore, esponendo in una sala spoglia il ritratto della maschera di sala; la collettiva Comics Al Arabi, che esplorava la diffusione del fumetto in medioriente; e la tradizionale residenza artistica di un autore, questa volta Exem.

Come dicevo, c’è molto da imparare a Lucerna. Cominciate a risparmiare per l’anno prossimo!

Illustratori a Bologna, qualche preferenza

Sono stata a Bologna alla Fiera del libro per ragazzi, e anche quest’anno ho voluto portarvi qualche suggestione dalla Mostra degli illustratori.
Sono sempre e comunque i miei preferiti, semplice così; senza nessuna volontà di disamina critica o altro: il mio gusto.
Buona carrellata!

[Le illustrazioni non sono necessariamente quelle che erano esposte in mostra.]

Kristina Brasseler (Francia) che fa quelle illustrazioni coloratissime e piene di dettagli in cui perdersi e scovare ogni volta una storia diversa.

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Daniel Dolz & Doris Freigofas (Germania), che hanno quel gusto tanto tedesco da antica xilografia, ora a colori accesi e molto contrastanti.

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Philip Giordano (Italia) che riesce a unire un segno graficamente pulitissimo al dettaglio strambo.

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Ha Yeon Jung (Corea), perché il suo disegno su tela con parti ricamate riesce ad abbandonare la leziosità, diventando lieve e giocoso.

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Rashin Kheirieh (Iran): c’è qualcosa di molto naif nelle sue illustrazioni che mi sembra universale e immediatamente riconoscibile.

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Konomi Kita (Giappone), perché quello che riesce a fare con il tradizionale tratto del pennello è incredibile.

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Violeta Lopiz (Spagna), perché mi piacciono le variazioni con pochi tratti e pochi colori, mi fanno andare alla ricerca di uguaglianze e differenze.

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Joe McKendry (USA), perché è incredibile e sembra di essere lì.

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Akihiro Musaki (Giappone), perché è inquietante e poetico, soltanto con bianco e nero.

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Lucy Stuart-Clark (Sud Africa), perché mette di buon umore e apre il cuore.

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Joo Hee Joon (Corea), perché ha un ottimo gusto della composizione e offre insoliti punti di vista.

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Marta Zuravskaya (Russia), perché è insieme divertente, inquietante e folle.

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Reporter di fumetti

iojasontornata da Bilbolbul ho dovuto prendermi qualche giorno di decompressione. mi sono resa conto di quanto sia difficile fare la reporter. bisogna sempre essere consapevoli che di quella cosa si dovrà scrivere, e quindi stare all’erta. ma io non ho nemmeno voglia di perdermi il gusto, dell’esperienza e della scrittura, e quindi ho cercato di fregarmi da sola: mi forzavo a dimenticarmi di doverne scrivere e poi, appena a casa, ne scrivevo subito, dimenticandomi che qualcuno lo avrebbe letto. ovvero, non è esattamente così: ho cercato e ricercato di non dire troppe cavolate, e di fare un buon servizio a chi era lontano e leggeva me, ma distaccandomi anche un poco dalla paura di far male, chessenò mi bloccavo.Insomma, settimana intensa.

oggi, e lo prendo come un regalo, hanno pubblicato la mia mini intervista (o meglio il mio Questionario Proustiano) su Finzioni. se volete, lo trovate qui.

Post-it monsters – John Kenn Mortensen

[recensione originariamente apparsa su Lo Spazio Bianco]

Post it monsters - Thumb

Di John Kenn Mortensen si sa quel che è scritto sul suo sito: autore danese di programmi per bambini, classe 1978, padre di due gemelli, ha poco tempo e disegna mostri sui post-it.
Post-it monsters è la raccolta appunto di quei disegni, rapporto 1:1, dopo che hanno avuto una discreta diffusione su internet.
Il classico post-it giallo, in orizzontale o verticale, è tutto lo spazio che serve per rappresentare mostri spaventosi, buffi o schifidi, che si nascondono tra gli alberi, in mezzo alle onde, dietro finestre di case abbandonate, sotto i ponti o tra la nebbia.
Una serie di schizzi, che ricordano non poco atmosfere e stile di Edward Gorey, realizzati in ufficio mentre Kenn si prendeva (e continua a prendersi, dato che un secondo libro è in uscita) una pausa dal lavoro.
Piccole scosse di adrenalina per lo spettatore, ben altra cosa per i coprotagonisti dei disegni, bimbe e bimbi braccati dalle ombre. Vien da pensare a una mini-vendetta di Kenn su lavoro e vita, sfruttando uno dei più comuni modi per alleviare l’ansia.
Un libro illustrato divertente e ben disegnato, da banco di libreria, ideale per fare un regalo, forse un pelo costoso; mentre per godersi i mostruosi disegni basta farsi un giro sul sito di Kenn, dove, certo, si perde la dimensione originale del post-it, ma si possono apprezzare tutti i dettagli.

Abbiamo parlato di:
Post-it Monsters
John Kenn Mortensen
Elliot Edizioni, 2012
monocromo, 80pp, – 16,50 €
ISBN: 9788861923027Post it Monster - Footer

Aspettando Bilbolbul, qualche suggerimento

Tra le “mostrine” più belle viste finora ad Aspettando Bilbolbul (che inizia ufficialmente domani) quelle di Liliana Salone al Modo Infoshop e di Alice Milani e Michela Osimo alle Officine della Stampa.

Vi rimando al blog per un minimo di approfondimento.

Liliana Salone

Liliana Salone

Charles Burns e i suoi incubi più reali del reale

per chi conosce i miei gusti fumettistici non è un segreto che Charles Burns sia per me una specie di divinità.
ho quindi accolto la nuova opera del dio con il classico misto di eccitazione, reverenza e timore.
X’ed out è uscito nel 2011 in Italia per Rizzoli Lizard, The Hive l’ha seguito l’anno scorso e stiamo aspettando il terzo e finale capitolo su cui Burns sta ancora lavorando.
cominciando con il dire che non credo possiate dirvi ammiratori della nona arte, se non ritenete Burns uno dei suoi massimi esponenti e se non passate estasiati ore sulle sue storie e tavole, e mentre aspetto terrorizzata il capitolo finale della saga (le mie intuizioni saranno corrette? Charles, mi tradirai? Charles, riuscirai a tenere insieme tutto?), vi dico cosa mi sconvolge di questi due primi fumetti.

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- Burns è un genio nel creare simbologie. anche quando a prima vista sembrano soltanto vignette slegate, o quando alcuni riferimenti sembrano soltanto aiutare la delineazione di un genere più o meno horror, a guardare più a fondo, rileggendo con più attenzione, muovendo le pagine avanti e indietro e ripescando vignette sorvolate, ci si rende conto di un “disegno” più attento, di un pattern, di una rete di rimandi, che contribuiscono a “costruire” la storia. tutto è significativo in Burns, non fate l’errore di pensare che non ci abbia pensato.

- Burns pare affrontare un nuovo capitolo della vita dell’uomo. se Black Hole trattava di adolescenza, sesso, politica, droga e cose del genere, qui quei temi rimangono, sì, ma si arricchiscono d’altro: rapporto con il padre e, probabilmente, rapporto della donna con il dare alla luce un figlio, gravidanze, aborti, relazioni sbagliate, relazioni malate, diventare genitori, vecchiaia, arte, immagine, eredità. tutto questo si inizia a vedere in trasparenza, dentro piccoli o grandi dettagli, che aspettano di “tornare” in un quadro più completo. ricalcando, credo, il movimento tipico dell’inconscio che rivela e nasconde parti della nostra mente, come illuminandola con eplosioni di un flash.

- tutto restando leggibile. voglio dire, non c’è problema se volete leggervi X’Ed Out e The Hive come delle “semplici” storie. ve lo permettono. vi potete gustare i mostracchioni, perdervi dietro il malessere sentimentale, etc. è concesso, viene narrativamente permesso. certo, come in tutte le grandi costruzioni artistiche e letterarie, i livelli di lettura sono molteplici, e più si va a fondo e più il gioco si fa interessante.

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volevo uscire dalla mia pelle… tagliare le linee… trasformarmi in qualcun altro…

da X’Ed Out. non ho visto l’originale, ma penso abbia una diretta attinenza con il titolo del volume – “tagliato fuori” – e con uno dei sensi della serie.

aspettiamo l’ultimo numero e poi vi saprò dire se dio è riuscito addirittura a superare Black Hole.

Charles Burns – X’Ed Out (2011) e The Hive (2012) – Rizzoli Lizard