youproust
c’è questo nuovo progetto, a cui in parte collaboro, e che secondo me è molto carino. si tratta sempre di un tumblr (ovvero di una piattaforma di blogging molto dinamica e veloce) a cui inviare le proprie madeleines, quei ricordi che sbocciano da una visione, un oggetto, un odore, etc. che si incontrano nel quotidiano. un progetto di scrittura e di recupero della memoria assieme. andateci a dare un’occhiata (e perché no, mandate le vostre madeleines, trovate i contatti qui).
Memento mori
io penso che non potrei parlare di niente che sia più azzeccato per un ultimo dell’anno e vi spiegherò perché, anche se l’argomento o almeno il “mezzo” esula dai soliti di cui si parla in questo blog.
stamattina, in ritardo di qualcosa come sei anni, ho finito di vedere Six Feet Under e ho confermato, tra le lacrime, quello che ho pensato fin da subito, diciamo dopo le prime quattro cinque puntate di questa serie scritta da Alan Ball e trasmessa dalla HBO: Six Feet Under è un capolavoro, ed è entrata a pieno titolo in quell’empireo che ognuno di noi ha e che per me contiene, per dire, Moby Dick/Herman Melville, Black Hole/Charles Burns, In the Aeroplane over the Sea/Neutral Milk Hotel, etc. insomma quelle letture, quegli ascolti, quelle visioni che ti cambiano profondamente la vita. Six Feet Under è LA serie, di una complessità e di una compattezza e di una profondità ammirevoli.

non sto a raccontarvi la trama (potete leggere l’ottimo post di Lucia per questo e altro), mi limito a dirvi perché questa serie cambia la vita: credo che non siamo più abituati a parlare di cosa conta veramente, si tende a nascondere la materia di cui siamo fatti, la mestizia, la vergogna, il dolore, la paura, la morte che ci circonda continuamente, tutto viene ricoperto da una patina di plastica, in una rimozione collettiva forzata, fatta di pixel che fingono l’eterno. mentre la realtà è questa, che a ogni istante qualcosa muore e qualcosa rinasce da questa morte, tutto in direzione della morte definitiva. e non c’è nulla che andrebbe negato di questa tragedia, che andrebbe accettata e compresa e risolta per quanto è risolvibile finché è possibile. e tutto quello che possiamo fare è cercare di fare del nostro meglio e nel frattempo non perderci nessun briciolo di vita.
di questo parla Six feet under con una grande compassione per la nostra esistenza, per quanto è difficile, e per quanto è meraviglioso e complesso avere a che fare con un altro essere umano, con tanti altri che sono la nostra famiglia, le persone che scegliamo o che ci scelgono o che ci capitano e che abbiamo attorno. e quanto è meraviglioso e complesso navigare senza perdere di vista chi siamo e quel che vogliamo.
qualche giorno fa per ricordarmi tutto questo e un anno che mi ha segnato profondamente, mi sono fatta disegnare la pelle. ho voluto un Memento Mori che quando lo raccontavo alla gente un po’ vedevo che inorridiva, perché sembra macabro. e invece io penso che macabro non sia e che se l’arte nei secoli ne ha parlato e ora non ne parla più tanto vuol dire che sarebbe importante parlarne e che ora non ne siamo più capaci e questo è male. e allora io ora ho questo sulla pelle, a ricordarmi che tutto passa e tutto ti segna e tutto è importante e tutto rinasce e morte e vita sono allacciate assieme e questo è bene e bisogna vivere ora perché domani non si sa.
buon anno.
a volte spariscono
succede sempre più spesso, avete notato? non è come una volta – esco a comprare le sigarette, vado a bere una cosa con gli amici, torno a casa che non mi sento troppo bene, ti serve qualcosa dal negozio all’angolo? – e poi puf, andati. no. ora basta distogliere lo sguardo un attimo. un secondo stai parlando, di cosa fare da mangiare la sera, di che begli occhi che hai, di quel cazzo di film di merda che non capisco come faccia a esserti piaciuto, poi li sposti sullo specchio per aggiustarti il mascara che sbava sempre e puf, quando ti rivolti non c’è più nessuno. e incominci anche a pensare che non ci sia mai stato. perché nello stesso puf, sono scomparse quelle orrende pantofole che metteva sempre e che toglievano tutta la sexyness, il libro che stava leggendo, l’avanzo di panino che poi lo finisco, anche l’indentatura nel portacenere che aveva fatto cadere per terra quella volta che sul divano. un lavoro pulito insomma. sparire e non lasciarsi alle spalle panni sporchi, figli da crescere, bollette da pagare. no, puff ed è come se non ci fossero mai stati. e alla fine in fondo al cuore ti rimane giusto un punto di domanda, che si aggiunge alla miniera di questioni aperte con cui ti diverti a passare le giornate.
ecco quel che resta di noi
ecco quel che resta di noi. quante giornate al mare, con il cappellino bianco i sandali azzurri e il bikini, la posa un po’ sensuale e un po’ svagata, con il blu che si perde oltre la ringhiera e il cespuglio di fiori alle spalle. ecco cosa resta dei nostri sorrisi: macchie di muffa che disegnano arabeschi sulla pelle in una foto dimenticata per quarant’anni in un cassetto. l’umidità di Bologna fa il suo gioco e mangia il colore, scompare un piede, i rotoli di grasso vengono via meglio che con Photoshop, il nero a cancellare esattamente il volto, meglio delle x grattate con la biro per eliminare gli ex fidanzati o le amiche traditrici.
e la felicità di quel giorno o l’amarezza nascosta in fondo al cuore?
chissenefrega di quelle, ormai passate, ignorate da chiunque, e chissenfregherà delle nostre, che si perderanno nel flusso eterno e amorale?
Letti – una storia d’amore
La Bottega è finita lo scorso finesettimana, anche se il lavoro che dovremo fare noi tutti e venti bottegai sarà ancora lungo e l’esito incerto. La giusta strada da seguire l’ha indicata Giulio salutandoci con “ogni fine è un inizio”, il senso lo suggerisce Gabriele qui.
Io intanto ho creato un tumblr dove raccogliere un lavoro collaterale al progetto presentato in Bottega. serviva come biglietto da visita per gli ospiti (editor e agenti) alla giornata di apertura della “scuola”.
ritorna la mia ossessione per gli oggetti come latori di significati, come concreti ricettacoli di senso.
con Letti ho raccontato una storia d’amore in 11 immagini.
la storia d’amore è stata la mia e questi letti l’hanno davvero accolta, ma spero che immagini e parole possano evocare un senso anche per voi.
qui il primo “quadro”, se ci cliccate sopra arrivate a destinazione.
Io amo Tuono Pettinato
[questo è un post dichiarazione d’amore. dovrò essere sincera, però: il fatto che io ami Tuono Pettinato non vuol dire poi niente visto che amo un sacco di gente, ma vuol dire anche tanto visto che c’è pure un sacco di gente che odio. in fin dei conti so bene che i miei sentimenti susciteranno l’indifferenza della maggior parte dei lettori là fuori, come è giusto, per cui cercherò di essere obiettiva, mettere da parte il mio nobile sentimento, eppur spiegarvi perché io lo provi. rimane pur sempre un post in cui lo spirito critico è obnubilato dal folle sentire, per cui ciò che vi consiglio è di provar voi di prima mano, correndo in fumetteria e comprando ciò di cui parlo. in seguito potrete venire a contraddirmi o a dichiarare anche voi che amate Tuono Pettinato.]
il tutto ha origini lontane, ma si cristallizza ora in questo libercolo
. i motivi eccoli qua:
- son persona che apprezza sopr’ogni cosa la finzione, sopr’ogni cosa tranne la verità. in definitiva non saprei dire se io apprezzi più l’immaginazione o la realtà. e insomma, trovare in un fumetto dedicato ai bimbetti, un’introduzione in cui si dichiara di cosa si parlerà e insieme si confondono le acque e si solleva il velo di Maja mostrando a tutti che quando si racconta di sé un po’ si svela e un po’ si cela, un po’ si inventa e un po’ si mostran le proprie pudenda e alla fine della fiera tu lettore, se la prendi da questo punto di vista, non capisci più niente e devi soltanto fare un atto di fiducia e poi dimenticartelo e perderti tra le pagine per poi magari dopo tornare a pensarci e e e… insomma, questa cosa è estremamente attuale, è una sincera dichiarazione dell’esser votato l’istinto umano alla balla, e si trova alle fondamenta stesse della comunicazione artistica. e Tuono ve la offre, bimbetti. che meraviglia!
- son persona da
lla risata facile nella vita quotidiana, ma difficilmente mossa anche soltanto al sorriso da qualsivoglia opera, sia essa letteraria, televisiva, cinematografica et cetera. gli scoppi di risa che provoca la lettura del Tuono sono quindi un dono dal cielo. e vi assicuro che si ride assai, non dico a ogni tavola, non dico ogni due, ma almeno una decina di risate secche su 98 pagine di fumetto me le sono fatte. e vista la premessa di cui sopra, non è per me roba da poco.
- son persona che riconosce il bel parlare e ne stima i risultati su carta. il Tuono è soggetto la cui lingua è un insieme di vernacolo pisano, stilemi alti ricercati letterari rinascimentali quasi (sarà lo spirito del Garibaldi che ancora possiede il nostro) e frasette da ingenuo bimbo fumettoso. alla fine mentre leggi capisci che ogni parola non è buttata giù a caso, e però insieme non ci badi, perché il tutto risulta di una simpatia spezzacore. e intanto però il Tuono riesce a modificarti le sinapsi e a tirarti fuori post in cui usare locuzioni come “di tal fatta” e parole come “libercolo”, e citare concetti come il Velo di Maja. insomma, è tutto merito suo: Tuono eleva. da perfetto divulgatore di cultura alta tra le righe del demenziale e della gag leggera, riesce a plasmarti la testa meglio che la televisione negli anni Sessanta e a far riemergere come la panna sul latte scaldato tutto quel che avevi dimenticato (e sì, Tuono Pettinato riesce a insegnarti senza che tu te ne accorga anche a far di rima).
- son persona legata ai ricordi, nostalgica forse? chissà. ma di certo convinta che non si possa buttare il bambino con l’acqua sporca e che il ricordo, portando con sé una storia, sia il motore della narrazione. e, insomma, il magnifico lavativo Andrea ci racconta cose che ricordate anche voi e che vi faranno scendere lacrimucce di tenerezza per i giochetti con la ranocchietta nell’acqua (LA RANOCCHIETTAAA °-°), i libri game di Lupo Solitario, il vecchio Commodore 64, il mangiacassette et cetera, ma anche per tutti quei modi che hanno i bimbetti di perdersi nei loro pensieri, di viver nei loro sogni, di essere centrati centratissimi su di sé ed essere soli ed esser allegri e aver paura, e insomma di esser bimbi. e non è facile raccontare l’esser bimbi.
e poi vabbé, Tuono quando ce l’hai vicino sono minuti di festa, anche se è una festa vissuta nella fortezza del proprio cervello.
non dovesse capitarvi, almeno potete tenervi sul comodino il bambino Andrea. è già molto.
Tuono Pettinato – Il magnifico lavativo Topipittori 2011
ultimi pezzi sullo Spazio Bianco
sullo Spazio Bianco oggi trovate una mia breve su Baby’s in Black di Arne Bellstorf e un articolo di confronto tra il fumetto di Giacomo Monti e il film di Gipi che vi si ispira (di quest’ultimo vi avevo già parlato, è uscito sul Comic-Soon stampato per Lucca). sono abbastanza critica ultimamente. non che mi dispiaccia…
Manu Larcenet – Lo scontro quotidiano
(visto che stanno davvero chiudendo Splinder, mi devo sbrigare a recuperare gli scritti raccolti sul mio ex blog. oggi vi ripropongo la mia mini recensione della prima parte dello Scontro quotidiano di Manu Larcenet del 31 gennaio 2008, pezzo che ebbe addirittura l’onore di essere citato in un articolo di D di Repubblica. mica…! sul secondo qui)
Ognuno di noi ha un modo diverso di reagire a un lutto, al dolore, a una scomparsa. Certuni parlano, argomentano, costruiscono teorie, come per colmare il vuoto… Altri, al contrario, tacciono con lo stesso impegno di un bambino concentrato su un problema di matematica. Per quanto mi riguarda, le grandi sofferenze mi anestetizzano. che io parli o che resti in silenzio, sono vuoto. L’istantaneo annullamento di ogni emozione sembra essere il mio personale sistema di difesa. In questo modo sono capace di andare avanti. una parte di me si occupa degli altri, delle relazioni sociali, delle questioni pratiche insomma… mentre l’altra alberga nel mio angolo d’inferno rigorosamente privato, al riparo degli sguardi.
Marco è un fotografo di guerra che un giorno decide di ritirarsi nella campagna francese insieme al suo gatto e ai suoi attacchi di panico. Seguiamo le sue giornate, impariamo a conoscere quella paura che sembra bloccare ogni sua possibilità di allontanarsi dai riti abituali, quel buco nero dentro ben protetto dalla corazza che gli fa tenere un po’ a distanza tutti. Incontriamo con lui la veterinaria carina di cui si innamorerà, conosciamo il fratello e la sua fidanzata e vediamo la loro vita scorrere mentre quella di Marco sembra sempre un po’ più lenta.
quella paura paralizzante sembra così famigliare, così reale, vicina, conosciuta, anche se ancora (forse per un soffio, una trascurabile casualità) non vissuta. gli incontri/scontri con gli altri, la guerra sullo sfondo, la vittoria alle ultime elezioni dell’estrema destra, gli operai ogni giorno più dimenticati, i genitori che invecchiano, la difficoltà a fare il lavoro che si ama con onestà e soddisfazione. sempre con il terrore che tutto vada per il peggio o, ancor più straziante, che quello che ci accade passi inosservato, lasciandoci soli nel rosso e nero delle nostre notti dell’orrore.
a leggere Lo scontro quotidiano di Manu Larcenet (da poco uscito da Coconino Press) sembra di sfogliare la vita del più caro amico, quello che è sempre stato al tuo fianco, di cui conosci tutto, qualche cosa ammiri, qualcun’altra odi, qualche difetto accarezzi con tenerezza.
con affetto e calore te lo tieni vicino, in cuor tuo sperando sempre che tutto vada per il meglio, a lui e a te.
Intervista ai ragazzi di Inuit
Ho conosciuto i ragazzi di Inuit alla Self Area di Lucca Comics, dove vincono la Menzione speciale per la migliore autoproduzione Self Area. Mi raccontano che sono un’associazione culturale composta da tredici ragazzi (alcuni di loro vengono dal Gruppo Delebile e da La Trama) e che hanno deciso di inaugurare uno spazio a Bologna dove vendere autoproduzioni e organizzare mini mostre. Decido di intervistarli per farmi raccontare il progetto più nel dettaglio e li vado a trovare, qualche giorno prima dell’inaugurazione, nella libreria-negozio in via Petroni a Bologna.
I ragazzi stanno montando la mostra su una delle pareti del piccolo spazio, “autoprodotto” anch’esso con l’aiuto di amici carpentieri che hanno ideato la struttura flessibile degli scaffali a parete. Il risultato è uno spazio intimo, che trasmette calore, grazie alle poltroncine da salotto di casa, alcuni begli oggetti vintage
attentamente selezionati, le ciotole piene di Pastiglie Leone e gli scaffali dalle curve morbide, che accolgono riviste, ma anche gioielli e cd musicali.
Parlo con due di loro, Marco Tavarnesi e Bianca Bagnarelli.
Prima di tutto spiegatemi perché questo nome, Inuit?
Il termine significa propriamente “esseri umani” e viene usato, dagli Inuit appunto, per distinguere se stessi dagli altri, in più identifica una popolazione che va via via scomparendo… Che dire? Non potevamo non identificarci.
Come è nata l’idea di Inuit?
Bianca: L’idea è nata dal fatto che tutti quanti abbiamo esperienze di autoproduzione e ci siamo resi conto che a Bologna mancavano spazi dedicati alle esposizioni, che non fossero anche ristoranti o bar, dove poter curare le mostre dall’inizio alla fine in modo controllato.
Inoltre, l’autoproduzione ha un problema di fondo sostanziale che è la distribuzione, nel senso che di partenza già di per sé ha costi molto alti ed è molto difficile entrare nelle librerie che sono abituate a contovendita molto più elevati.
una persona per bene
qualche anno fa ho letto questo libro, senza sapere che poi l’autore sarebbe diventata una mia “guida”. non mi era nemmeno poi piaciuto tanto, anche se mi aveva lasciato una cosa. Sono l’ultimo a scendere di Giulio Mozzi nella sostanza racconta le conversazioni che abbiamo con gente sconosciuta (l’operatore del call center che ti chiama per qualche promozione, il vicino di treno che attacca bottone, etc.) e che sono guidate da loro e non da noi. da quando l’ho letto ho incominciato a fare sempre più caso a queste conversazioni che irrompono dall’esterno e che mi parevano fortemente codificate: quando il promotore x mi fermava per strada non lo ascoltavo, perché pensavo di sapere già cosa mi avrebbe detto. ma poi mi sono detta “E se non lo sapessi davvero? E se stessi perdendo un’occasione di conversazione? E se fossi così assuefatta a vedere questi dialoghi come violenze, imposizioni dall’esterno, da non rendermi conto di qualcos’altro?” E allora per un po’ ho cominciato a fare domande, a cercare di sbilanciare la conversazione secondo le mie regole, per non sentirmi presa in una rete altrui o soltanto nella routine del quotidiano.
questa lunga premessa per raccontare un incontro che ho avuto stasera. all’angolo tra via Ugo Bassi e Piazza Malpighi a Bologna c’è un uomo. ha una mappa in mano. non lo vedo benissimo, perché sono quasi le nove di sera e a Bologna c’è la nebbia. mi chiede se parlo inglese, mi avvicino. incomincia a raccontarmi la sua storia e io, influenzata dal libro di Giulio, decido di ascoltare. Kharmal dice di arrivare dall’India, di essere architetto, e che a Malpensa gli hanno perso la borsa. che poi con i soldi che aveva è arrivato a Bologna in treno, ma ora non ha più niente e deve arrivare a Salerno. mi chiede dei soldi per mangiare e dormire e io tiro fuori il portafogli e gli do cinque euro. lui mi dice che sono quattro ore che chiede alla gente di aiutarlo, offrendo come garanzia mail e numero di telefono e che nessuno gli ha dato niente. che gli servono più soldi perché fa freddo e non sa come fare. che se gli do qualcos’altro ci rivedremo nello stesso punto domani e mi ridarà tutto. ora, io sono una persona fiduciosa di mio, e questo per lo più mi frega, nella vita dico, ma poi ho pensato “e se è vero? se lui non ha dove dormire (e a Bologna fa freddo) e sta arrivando ora da un altro continente per la prima volta in vita sua, e non ha niente con sé se non i vestiti che ha addosso e la gente lo guarda male e tira dritto e nemmeno lo ascolta?”. e certo poteva essere anche tutto falso ma insomma alla fine gli ho dato tutto quello che avevo nel portafoglio, 45 euro, e siamo rimasti che ci vediamo nello stesso punto domani alle cinque.
secondo voi lo rivedo?







