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Superzelda – Minimum Fax

26 maggio 2012

[articolo apparso su Lo Spazio Bianco]


Superzelda,
come indica il sottotitolo, è la biografia disegnata di un personaggio affascinante e tangente al mondo letterario come la moglie di Scott Fitzgerald.

Zelda, nata ultima di cinque fratelli in una famiglia benestante dell’Alabama, cresce ricca e spensierata, libera e indipendente, lontana da convenzioni e buone maniere. Quando conosce Scott, lui non è ancora famoso, si innamorano e si sposano appena gli viene offerto un contratto di pubblicazione per Di qua dal paradiso.
Zelda e Scott inizieranno quindi a vivere secondo quella modalità estremamente anticonformista che li ha resi famosi come esponenti belli e dannati dell’Età del Jazz: feste, salotti letterari, viaggi in Europa, furenti litigate, qualche tradimento. Si ameranno per tutta la vita, anche da lontano, lui alcolizzato, lei mezza matta, fino alla fine tragica di entrambi negli anni Quaranta del Novecento.

Su sceneggiatura di Tiziana Lo Porto e disegni di Daniele Marotta, Superzelda ha richiesto un notevole lavoro di ricerca durato tre anni. L’autrice ha letto la letteratura esistente, rifacendosi anche ai romanzi e ai racconti di Fitzgerald, che si ispirava direttamente alla moglie per costruire i suoi personaggi femminili; mentre per ricostruire le ambientazioni, i vestiti e le fattezze dei numerosissimi personaggi che vengono citati (da Ernest Hemingway a Isadora Duncan, da Louise Brooks a Dorothy Parker, da John Dos Passos a Pablo Picasso) sono state usate immagini di archivio.

Le vite di Scott e Zelda erano tanto intrecciate da rendere forse inevitabile il risultato finale: Superzelda è in realtà più la biografia del loro amore che una rivalutazione del peso storico della stravagante flapper protofemminista Zelda come forse si sarebbe voluto, vista la citazione di Attilio Bertolucci in esergo che sembra quasi una dichiarazione programmatica (“Ora è venuto il tempo della sua rivincita, che salutiamo con gioia”).

Il ritmo di lettura è accelerato, quasi sincopato; la narrazione avanza didascalia dopo didascalia secondo una scansione cronologica ben visibile, raramente si aprono momenti dal respiro più ampio per descrivere azioni vere e proprie o per riportare aneddoti o dialoghi tra i personaggi (si veda ad esempio il capitolo 8 dove, escludendo pagina 88 e le prime due vignette di pagina 91, si susseguono nove tavole con cambi di scena da vignetta a vignetta, collegate solo dalle incessanti didascalie).
Nelle vignette, che diventano quasi solo illustrazioni al testo (a tratti bellissime, bisogna riconoscerlo), la vita di Zelda procede a scatti, e questo tipo di narrazione può arrivare ad annoiare chi non sia abituato all’irrefutabile ruzzolare in avanti tipico della biografia.

Il disegno varia molto nel corso del fumetto, da uno schizzato quasi scarno e minimalista ad alcune singole tavole in cui il dettaglio raggiunge una definizione maggiore; il tratto si arrotonda e fluidifica in alcuni punti, per assottigliarsi e spezzarsi altrove. Questo fa a tratti dubitare della solidità di stile dell’autore, visto anche il risultato non sempre uniforme delle anatomie e della caratterizzazione dei personaggi principali: l’immagine di Zelda cambia moltissimo, spesso da vignetta a vignetta (v. per esempio pagina 30).

Di sicuro Superzelda è un esperimento più ambizioso di altri nel panorama fumettistico italiano, molto poco abituato alle biografie a fumetti, che indubbiamente selezionano un pubblico elitario; e bisogna riconoscerle la capacità di ricreare l’atmosfera dell’Età del Jazz (gli anni Venti che per altro stanno tornando di moda visivamente) anche grazie all’azzeccato monocromo azzurrino.
Più che come fumetto perfettamente riuscito in sé e per sé, però, Superzelda è godibile e pare assumere preciso significato come contraltare dell’opera di Scott Fitzgerald, che la casa editrice Minimum Fax sta ripubblicando nella sua interezza e in una nuova traduzione.

Un mio racconto

17 maggio 2012

Sulla webzine di Terre di Mezzo curata da Davide Musso ieri è stato pubblicato un mio racconto. L’ho scritto durante un corso di scrittura con Paolo Cognetti. Se vi interessa, lo trovate qui. E se vi va di dirmi cosa ne pensate, io sono contenta.

Stilleven

15 maggio 2012

Immagine

Stilleven significa appunto natura immobile (o silenziosa) e rappresenta un gruppo di cose scelte e prese a tema da un pittore che le separa da contesti che prima includevano la presenza umana. L’oggetto diventa ora soggetto, protagonista, e viene contemplato per se stesso. Rendendosi autonomo e trasformandosi in cosa che ci sta a cuore, non è più quello che ci sta di fronte come ostacolo da superare o alterità da inglobare. Non dobbiamo più sottometterlo, proprio perché l’arte stessa lo sottrae al consumo immediato e alla lotta. Gli oggetti, diventati cose, non hanno evidentemente, in quanto tali, alcun linguaggio, non rispondono con parole alle nostre domande. Appaiono dapprima inerti e non sembrano ricambiare i nostri investimenti ideali, simbolici ed emotivi. A considerarle in maniera non distratta o superficiale, abbandonando il nostro analfabetismo nei loro confronti, esse ci fanno però parlare a nome loro, guidandoci nella direzione del loro progressivo rivelarsi.

Remo Bodei – La vita delle cose - Editori Laterza, 2009

cose su cui sempre mi interrogo

4 maggio 2012
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A volte mi sembra che scrivere storie non sia altro che questo: mettere un po’ d’ordine al caos della memoria, proprio come facciamo luce su un ricordo oscuro solo raccontandolo a qualcun altro, e più lo raccontiamo più lo mettiamo a posto, lo rendiamo logico e comprensibile, gli costruiamo una bella scatola dove poterlo conservare, e poco importa se quella cosa che otteniamo alla fine non assomiglia più molto alla realtà dei fatti. Tanto la realtà dei fatti che cos’è? In ogni tribunale sanno bene che un testimone vale molto meno di una prova. La memoria è un racconto, non un documento, e qualsiasi racconto contiene un mucchio di bugie. In questo senso la narrativa è più onesta dell’autobiografia, dichiara apertamente la propria natura: non pretende di stabilire la verità senza distorsioni, anzi si arrende all’idea che la memoria è una distorsione del reale.

Paolo Cognetti, mentre accompagna il suo nuovo libro alla stampa

Un libro in ventun giorni: una chiacchierata con Stamboulis e Costantini

23 aprile 2012

[articolo originariamente apparso sul blog di BilBolbul 2012]

Ventuno giorni ci hanno messo Gianluca Costantini ed Elettra Stamboulis a scrivere e disegnare Cena con Gramsci per BeccoGiallo. L’hanno raccontato i due autori in conversazione con Renato Pallavicini alla Libreria delle Moline, durante il festival di Bilbolbul 2012.

Erano anni che Elettra si era arenata nello scrivere un libro sull’intellettuale comunista, e il fumetto in preparazione per BeccoGiallo era fermo: è stato l’incontro con lo spettacolo teatrale omonimo (testo di Davide Daolmi e regia di Andrea Lisco) a sbloccare la situazione. Elettra Stamboulis è così riuscita ad abbandonare l’approccio strettamente biografico a Gramsci e a intessere di citazioni dalle Lettere e dai Quaderni il canovaccio teatrale.

Gianluca si è poi dedicato al disegno. “Ogni libro ha bisogno di un suo stile particolare” dice. “Io non faccio fumetto seriale e quindi posso permettermi di concentrarmi sul contenuto del libro e scegliere l’approccio grafico che gli si adatta di più.”
In questo caso, dopo il tratto freddo e pulitissimo che aveva utilizzato per il libro su Assange, sceglie una doppia via: uno stile più appassionato e pittorico per la parte su Gramsci (realizzato rielaborando le immagini d’archivio una prima volta al computer e poi stampandole e rilavorandole a mano) e uno stile molto più grafico per la parte attuale che deve rappresentare personaggi stereotipati come quello della ragazza alternativa, del padre traditore, etc.
Un procedimento molto lento, che però è stato accelerato per necessità di tempi ristretti.

Un libro che non ha nessuna ambizione di cambiare il mondo, precisa Elettra (che sostiene che l’ultimo libro che è riuscito nell’impresa sia il Libretto rosso di Mao), ma che serve più che altro a rielaborare un’ossessione e un interesse personale, e semmai a dare suggestioni. “Il cambiamento lo dà la nostra posizione nel mondo” dice Elettra “non viene dai libri, che soddisfano a un bisogno diverso, più introspettivo, di riflessione.” In un periodo però che cerca di rileggere la figura storica di Gramsci in maniera distorta: “Negli Stati Uniti, Gramsci è uno dei pensatori italiani più citati, in un paese che come sappiamo non ha alcuna simpatia per i comunisti. Qui in Italia, invece, si fatica ad accettare Gramsci come intellettuale completo, pensatore tout court.”

Il libro di Stramboulis e Costantini può forse essere un primo passo in questa direzione.

Bologna Book Fair 2012 – selezione dalla mostra illustratori – 3

21 aprile 2012

a un mese di distanza termino la carrellata sugli illustratori in mostra alla Fiera del Libro per ragazzi di Bologna, che hanno colpito di più la mia immaginazione. quest’anno livello davvero alto.

Silvia Rocchi

Nina Wehrle e Evelyne Laube

Didier Levy

Park Sae Young

Astrid Huguet

Kathrin Osinger

Viola Niccolai

Amandine Maas

Ji Eun Lee

Vincent Caut

Jaen-Marc Daele

Reportage da Lucerna: il Fumetto Festival 2012

17 aprile 2012

[articolo originariamente apparso su Lo Spazio Bianco]

Se si tiene conto che l’anno scorso il Fumetto Comix Festival di Lucerna festeggiava un anniversario con un ospite d’eccezione, Daniel Clowes, non stupisce il tono maggiormente in sordina delle mostre di quest’anno.

La ventunesima edizione del festival svizzero, che come sempre copriva due weekend a fine marzo, vedeva anche un cambio ai vertici organizzativi: l’ex direttrice del festival Lynn Kost, curatrice delle ultime cinque edizioni, ha seguito solo i tre nomi di punta del 2012, , Serge Clerc e Raymond Pettibon, preparandosi a lasciare dall’anno prossimo tutto il carico organizzativo a Jana Jakoubek.

Alla Am Rhyn-Haus, antica casa nobiliare situata di fianco al centro informazioni del festival, erano riunite le mostre su due importanti autori della leva anni ‘80 della ligne claire francese: Yves Chaland e Serge Clerc. Entrambi esponenti dello “style atome” , entrambi pubblicati sul Métal Hurlant di Moebius e Druillet, entrambi maestri nel rielaborare una delle icone della bd, . La mostra di tavole originali sottolineava tutta la loro maestria: incredibile dal punto di vista della composizione della tavola, Chaland; estremamente originale e contemporaneo il tratto di Clerc (tra l’altro artista in residenza a Lucerna).

Alla Kunstalle, la mostra di Raymond Pettibon si concentrava sugli ultimi anni della sua produzione, dal 2006 al 2011. Noto ai più per la copertina di Goo dei Sonic Youth, Pettibon approccia oggi le sue opere in modo completamente diverso: da quadri in bianco e nero con disegni al tratto che ricordavano grandi vignette, si è passati ora a una pennellata molto più espressionistica, con uso massiccio del colore e una giustapposizione molto più caotica di immagini e testo. Personalmente preferivo la sua fase precedente (ricordo una bellissima mostra alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna nel 2003), ma i suoi quadri continuano ad avere una grande potenza visiva.

Probabilmente la mia mostra preferita è stata la collettiva curata da Ulli Lust e Kati Rickenbach Damenstammtisch. Seppur molto semplice e forse un tantino pretestuoso il tema (di cosa parlano le donne quando si ritrovano a un tavolo di sole femmine), è la selezione delle nove artiste a rendere interessante l’operazione: si andava dalle più conosciute Vanessa Davis e Gabrielle Bell, a nuove leve del fumetto svizzero-tedesco come le curatrici stesse, Aisha Franz, Caroline Sury e Sharmila Banerjee, a nomi semisconosciuti come Claire Lenkova e Elizabeth Zwimpfer.
L’ultimo numero della rivista svizzera Strapazin raccoglie tutte le storie in mostra, dove gli argomenti “in tavola” erano il sesso estremo, il matrimonio, vita punk e una spruzzata di assurdo e stravaganza, tutto svolto in una godibilissima chiave autobiografica.

Ho trovato deliziosa la minuscola mostra di Anja Vicki con tavole originali tratte da Hast du das Meer gesehen (fumetto squisitamente nordico nella sua surrealtà agrodolce) di cui il Festival Fumetto ha curato la pubblicazione.

Poco altro tra le mostre. Giusto il tempo di segnalare che il consueto premio (tema “in movimento”) era quest’anno affollato di partecipazioni ad alto livello e le mostre Satelliten offrivano come sempre ottimi spunti: tra tutte segnalo Anna Sommer, Maria Eisenächer, Christophe Badoux, Eva Rust e Carla Mosimann, anche se i diversi orari di apertura dei negozi (sabato chiusi alle quattro di pomeriggio, domenica sempre) costringevano alla visione attraverso le vetrine.

Viaggio al cuore delle cose (Yuichi Yokoyama)

6 aprile 2012

[articolo apparso su Lo Spazio Bianco]

Tre uomini salgono su un treno e viaggiano fino a una scogliera.
Ecco in poche parole la trama delle duecento pagine de Il viaggio di Yuichi Yokoyama, edito l’anno scorso da Canicola. E se il lettore potrà sicuramente restare straniato dall’esilità della storia, è certo che non è l’intreccio a interessare l’artista giapponese (amatissimo all’estero e in rete per Garden e New Engineering), di cui questa è la prima opera tradotta e pubblicata in italiano.

Ma se Il viaggio non si basa su una trama, di cos’è fatto?
Il fumetto di Yokoyama è un susseguirsi di dettagli che colgono l’occhio ad altissima velocità: stampe di giacche e camicie; visi incrociati nei corridoi del treno; volute di fumo di sigaretta; ponti, campi, casolari intravisti dal finestrino; scrosci di pioggia che filtrano il paesaggio; il mutare della qualità della luce.
È un viaggio visivo ipnotico, quello di Yokoyama, che provoca lo stordimento tipico di certi viaggi in treno, quando per una certa nostra qualità emotiva, siamo profondamente ricettivi, colpiti da immagini che probabilmente non vedremo mai più e pronti alla commozione, intesa proprio nel suo senso originario di movimento interno insieme alle cose del mondo.

E per indicare questo movimento continuo, il fumetto di Yokoyama si attesta su un ritmo vertiginoso. Il lettore guarda attraverso una videocamera immaginaria. Ancor più immaginaria perché il montaggio è sincopato, il punto di vista cambia continuamente, il controcampo è veloce, l’obiettivo zoomma avanti e indietro fino a comprendere campi lunghissimi.
Il lettore è costretto a uno sforzo continuo di riorientamento per capire cosa sta guardando. Ecco quindi che la lettura deve per forza farsi lenta e attenta, perdendosi in quella che a prima vista potrebbe sembrare una texture visiva totalmente astratta. L’effetto è quello di essere presi “per l’occhio” da Yokoyama e trasportati a bordo del più veloce treno del mondo, lo Shinkansen giapponese.
Un treno infinito da percorrere dall’inizio alla fine a piedi, facendosi colpire agli accenni di storia di chi incrociamo: operai delle segherie, poliziotti, delinquenti, macchine ferme al passaggio a livello, aerei che decollano, stormi di anatre in volo, alci, arrampicatori e lupi ululanti, scambi ferroviari, curve, gente in attesa.
Un treno immaginario in cui ogni carrozza è arredata in modo diverso, un inno futurista alla velocità e al movimento, paesaggi costellati di esempi di architettura utopica e fantascientifica: vetro e metallo di torri svettanti. Un gioco di sguardi e di finestre a riflettersi una dentro l’altra (specchi dalle finestre delle case al di là dei finestrini, finestrini nelle polaroid) nel rotolare muto lungo i binari, accompagnato solo dalle linee di movimento.
Un viaggio nella visione, ma anche un viaggio nel rumore, perché a poco a poco, forse proprio in quanto mute le immagini assumono una qualità musicale: e allora la goccia di pioggia pare di sentirla, lo spostamento dell’aria attorno al treno sembra di sentirlo e i passi nei corridoi, il frullare di ali, lo scaldarsi dell’erba al sole nei prati.

Nel suo bianco e nero, a leggerlo con calma, Il viaggio di Yokoyama è estremamente sinestetico: è una danza dello sguardo, al suono della luce e del movimento; sono i fili d’erba tra le gambe e le gocce di spuma sul viso.

Un gioco di stile fine a se stesso?
Non credo. La sensazione inquietante di essere continuamente spiati dagli occhi di queste maschere silenziose, che ci guardano mentre le scrutiamo e osserviamo il paesaggio che le comprende, sembra ribaltarsi durante il tempo della lettura nell’accettazione di questo rotolare in avanti verso la meta. Un essere presenti a ciò che succede qui e ora, durante il viaggio, assaporandone l’essenza mistica profondamente orientale, nella semplicità percettiva di ciò che è: la visione delle cose.

Come afferma Yokoyama stesso:

Voglio soltanto osservare l’aspetto delle cose, la sua superficie. Non provo nessun interesse a vederci dentro qualcosa da raccontare. Gli uccelli o gli insetti quando ci guardano non sono interessati ai nostri nomi o a ciò che proviamo. Il mio intento è solo quello di riportare le persone a vedere le cose come sono, concrete e reali. (qui)

I don’t wanna be a star

4 aprile 2012
etichette:

ho intenzione a poco a poco di riportare sul blog tutti gli articoli fumettosi che ho scritto per Lo Spazio Bianco.

intanto però, e se vi interessa, qui trovate l’elenco dei miei articoli, reportage, brevisioni e interviste con rispettivi link.

Bologna Book Fair 2012 – selezione dalla mostra illustratori – 2

4 aprile 2012

Eun-young Cho

Martina Vanda

Ali Su

Cristina Sitja Rubio

Harriett Russell

continua…

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