Qualche appunto dalla Bologna Children Book Fair 2014

Velocissima, perché sono fuori tempo massimo e non c’è più niente da dire che non sia già stato detto.
Solo perché se c’è un periodo dell’anno in cui non ho un momento per respirare eppure ogni respiro è ristoratore quello è la Bologna Children Book Fair e allora va celebrato. E va celebrato nel miglior modo possibile, ricordandosi di tutto quello che ha riempito e illuminato lo sguardo.

* La mostra di Ugo Fontana: un illustratore coltissimo, pieno di Piero della Francesca e Antonio Canova. Un incanto, davvero, ingiustamente dimenticato finora.

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* Le illustrazioni delle due autrici della copertina dell’Annual 2014, le svizzere Evelyne Laube e Nina Wehrle: piene di dettagli, di piccole scoperte da fare a ogni messa a fuoco dello sguardo.

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* La mostra degli illustratori, dove andare a scovare delle “piccole” chicche da paesi lontani (e non è sempre la Corea…). Tra gli altri, mi sono segnata:

la soave Katrin Coetzer

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la fumettosa (e infatti…Zosia Dzierzawska

Zosia

l’iper dettagliato e dinamico Tsutomu Fujishima

Tsutomu

 

un danese probabilmente molto giovane e senza dubbio molto potente: Trine Løgstrup Sørensen

Trine

JooHee Yoon, perché, dai, basta guardarlo…

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Rebecca Palmer è inglese, fa anche i fumetti ed è F-A-N-T-A-S-T-I-C-A!

Palmer

* Le sette mostre di Zoo erano una più bella dell’altra e offrivano la possibilità di vedersi anche dei bei posti di Bologna, che io che manco da tanto un po’ non conosco e un po’ mi sono dimenticata. Spero che questa bella iniziativa diventi un appuntamento fisso della fiera perché il modello mini-mostra itinerante mi fa molto maratona alcolica di bar in bar, versione acculturata.

* Benjamin Chaud in mostra da Hamelin unisce maniacalità, tenerezza, colore, amor del dettaglio, ironia e matitine, quindi non può che piacermi. Di suo vi consiglio Una canzone da orsi (Franco Cosimo Panini), a maggior ragione se da piccoli vi perdevate a seguire le mille storie in una storia dei libri di Richard Scarry.

Benjamin Chaud

Benjamin Chaud

* E infine la vertigine collezionistica per i libri di Katsumi Komagata, che temo non riuscirò mai a curare. A voi consiglio, finché siete in tempo, di andare a vedere la sua mostra.

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Una coincidenza

da unastoria - Gipi

da unastoria – Gipi

È stata solo una coincidenza tutta personale se ieri ho guardato l’intervista a Philip Roth pubblicata da Feltrinelli Cinema e oggi sono andata ad ascoltare Gipi all’Accademia di Belle Arti di Bologna per Aspettando Bilbolbul E però come succede con le coincidenze a volte se poi ci vai a guardare bene dentro ci trovi dei rimandi interessanti. Per esempio ieri Philip Roth raccontava che a un certo punto uno scrittore deve venire a patti con la vergogna che prova davanti alla pagina e liberarsene, per lasciar fluire la scrittura liberamente. Gipi oggi ha parlato anche lui di vergogna e in un certo senso di responsabilità di artista nei confronti di quello che narra. Gipi ha scelto di superare il problema della vergogna attraverso il rispetto degli altri ovvero inglobando una profonda compassione per l’umano nelle storie che scrive e disegna, trattando di vicende che gli sono capitate in prima persona, senza avventurarsi in luoghi a lui sconosciuti, e prendendo tutto il peso della vergogna su di sé, agendolo nelle sue storie. Roth invece parla di superamento della vergogna, e parla di alter ego, ovvero rifiuta (almeno in quell’intervista) l’etichetta di scrittore autobiografico. Dice che per scrivere ha sempre avuto bisogno di un alter ego, che facesse da filtro tra lui e la storia. Questo nella realtà non esclude la presenza di materiale autobiografico nei suoi romanzi ma lo mette in secondo piano.

Ho sempre trovato interessante l’intreccio nelle narrazioni di autobiografia, vergogna, responsabilità. In che misura una narrazione autobiografica può diventare interessante per un lettore esterno. Con che metodo si riesce a superare la vergogna dell’atto arrogante di scrivere. In che modo si può venire a patti con l’alta responsabilità data dalla parola.

Ho comprato due libri oggi direttamente e indirettamente citati da Philip Roth nella sua intervista. Di due scrittori che lui reputa molto importanti per la sua formazione. Singolarmente nella quarta di copertina di entrambi si parla di narrazione autobiografica. Sono Le avventure di Augie March di Saul Bellow e Il sistema periodico di Primo Levi. Nella quarta del libro di Levi c’è una citazione di Bellow. Ci vorrebbe una copertina di Gipi per chiudere il cerchio, ma non sempre il cerchio si chiude ed è più bello così.

Ritratto sentimentale a fumetti di Primo Levi (perfettamente riuscito)

medium_unstellatranquilla_sitoNon sono una grande amante delle biografie, lo premetto, ma in questo caso la pancia mi ha consigliato di comprare questo fumetto e alla fine ha avuto ragione.

Una stella tranquilla è un piccolo libriccino a fumetti, pubblicato da Comma 22 e scritto e disegnato da Pietro Scarnera.  Scarnera lo conoscevo per Diario di un addio, in cui racconta la storia dolente della lunga malattia e della morte del padre, e già da quel suo primo fumetto (pubblicato dal medesimo editore dopo la vittoria al Festival Komikazen 2009) mi era arrivata la sensazione di una narrazione rispettosa, che si avvicina all’oggetto osservato (in quel caso si trattava di una testimonianza diretta) in punta di piedi. La stessa sensazione me l’ha data la lettura di Una stella tranquilla, e io la trovo da un lato la conferma di uno stile, e dall’altro una prova ulteriore di un narratore onesto e affidabile.

Di cosa si tratta? Scarnera ha deciso di scrivere la biografia di Primo Levi, e del Levi narratore, tralasciando per quanto possibile il motivo principale per cui viene ricordato e concentrandosi sulle ragioni del suo narrare.
In questo piccolo formato (13×20), non usuale al fumetto nostrano, che mi pare comodo e insieme fortemente intimo, da libro che può essere portato sempre appresso e a volte consultato, Scarnera si affida al suo tratto morbido ma grafico, preciso ma sintetico per raccontare la storia del grande scrittore italiano dal ritorno dai campi di concentramento alla morte.

In tre capitoli viene ripercorsa la sua vita da “testimone” (il ritorno da Auschwitz e la scrittura di Se questo è un uomo), da “chimico” (il lavoro in fabbrica) e da “scrittore” (quando, dopo il pensionamento, può dedicarsi completamente ai libri), seguendo un criterio fortemente documentale.1499637_713058198725461_43252961_nScarnera, rispettando il carattere schivo di Levi, ha deciso di non fare supposizioni sulla sua vita privata, ma di utilizzare soltanto i testi scritti o le interviste orali, riportando solo quello che di Levi aveva detto lui stesso o i biografi ufficiali. Ecco perché il fumetto di Scarnera è punteggiato di citazioni (esplicite o implicite, di cui vengono riportate tutte le fonti in nota, che purtroppo – ma questo è un errore puramente editoriale – indicano il numero di pagina sbagliato. Aggiungete 6!), e di citazioni che riportano tutta la bellezza e la profondità delle parole di Levi, invogliando alla lettura dei suoi libri e all’approfondimento dei suoi temi.

Io Primo Levi non lo conosco, lo dico ora, o almeno non lo conoscevo per nulla prima di leggere questo Una stella tranquilla e ora mi è venuta voglia di comprare tutta la sua opera, perché questo fumetto me l’ha fatto sentire amico e vicino e insieme mi ha incuriosito, mantenendo il mistero sulla sua persona.
Direi quindi che l’opera di Scarnera è perfettamente compiuta e ve ne consiglio la lettura.Una stella tranquilla 15

Solo nei libri per ragazzi

Si riescono a trovare scene che possiedono questa semplicità vera e vividezza soltanto nei libri per ragazzi.

Un cavallo, che tra l’altro è per quasi 200 pagine il narratore assoluto della storia, intrappolato nella terra di nessuno, durante la Prima Guerra Mondiale. Da una parte l’esercito inglese, dall’altra i tedeschi. Il cavallo, Joey, ha vagato terrorizzato dalle bombe per tutta la notte, e ora si trova lì tra due rotoli di filo spinato e non può andare né da una parte né dall’altra.
Un soldato sventola bandiera bianca, e così un altro da parte nemica. Escono entrambi e si avvicinano al cavallo per salvarlo. Lo accarezzano, lo rassicurano e poi si parlano, in un inglese stentato da una parte, si capiscono, si accordano. Lanciano una moneta e uno dei due vince il cavallo e lo porta dalla sua parte. Ma intanto hanno mostrato per un attimo a tutto il mondo che anche i nemici potrebbero accordarsi e che la guerra è inutile.

Credo che una scena così si possa leggere solo nei libri per ragazzi, ed è uno dei motivi per cui bisognerebbe continuare a leggerli, a diffonderli e a difenderli contro chi pensa che siano “solo” libri per piccoli.

Michael Morpurgo – War Horse

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Valigie piene di fumetti, di ritorno da Lucca2013

Si torna da Lucca Comics e ci vogliono alcuni giorni per ritrovare un equilibrio. Di solito, se non fai la fumettara di mestiere, finisce che hai una serie di lavori arretrati da rimettere in sesto, e più in generale bisogna riaccomodarsi nel mondo normale, perché quello dei fumetti purtroppo non è la realtà.
Poi non crediate che siano tutte rose e fiori, le prime ore di soggiorno a Lucca per me sono sempre difficili: non sono abituata a stare tra tanta gente (200.000 persone, chi lo sarebbe?), e la massiccia presenza di novità a fumetti mi manda in depressione (tendo a pensare al sovraffollamento dei banchi in periodo di crescita del mercato, che poi si tramuterà in disaffezione dei lettori per sovrabbondanza di merdate, come succede nell’editoria generalista).
Ma bando alle ciance, è stata una bella edizione, e incontrare gli amici autori che vedi solo una volta ogni sei mesi, e chiacchierarci e mangiarci gli gnocchi con il pesce (made by Michelangelo Setola) è sempre una delle cose migliori dell’anno.
Bisogna selezionare, però, sia i movimenti tra la folla, sia i respiri umidi sotto i padiglioni, sia gli acquisti. Perché altrimenti tornare a casa in treno diventa una tortura, e il portafogli non ti perdonerà mai.
Di solito il mio approccio è questo: compro tutte le autoproduzioni che posso, perché altrove non riuscirò a trovarle con facilità, e lascio i libri delle grandi/medie case editrici a un altro momento.
Ecco spiegati i miei acquisti, quindi, con qualche piccola eccezione. Al via la carrellata, una vera e propria selezione di cose interessanti, per ora, con qualche brevissimo commento.

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Alessandro Berardinelli, dell’omonima casa editrice, è un ambizioso. La nuova collana Biblioteca Onirica riunisce i sogni di tre fumettisti (Andrea Bruno, Akab, Alberto Ponticelli) e un artista (Enzo Cucchi) nell’ottica di unire i due mondi sotto un’unica copertina. I libri sono delle fisarmoniche di carta pregiata e serigrafie ottimamente realizzate, dove si dipanano le immaginazioni oniriche dei disegnatori.

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Dopo Home, il gruppo Delebile presenta Mother e continua a migliorare. Personalmente penso che Bianca Bagnarelli sia destinata a diventare un gigante, se non qui in Italia all’estero. La pulizia dei suoi disegni, che nasconde sempre uno sguardo inquietato e inquietante, continua ad affascinarmi.

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Canicola presenta due nuovi bellissimi albi di grande formato, con storie di Amanda Vähämäki e Anna Deflorian. Canicola Edizioni compie dieci anni e lancia un abbonamento per sostenere le prossime uscite della casa editrice. Con 30 euro si comprano i due alboni qui sopra e si sostiene una proposta culturale di qualità.

tumblr_muobiwO1ka1qbt9wgo1_500Le ragazze di Teiera (Giulia Sagramola, Sarah Mazzetti, Cristina Spanò) sono adorabili, e già questo basterebbe per sostenere i loro progetti, aggiungete la qualità delle loro antologie e il gioco è fatto. Di Ten steps in the city mi piace il gioco di colori (tutto declinato anche negli interni sul giallo e blu che vedete in copertina) e i rimandi interni tra i personaggi delle storie. In fondo c’è anche il piccolo gioco “Trova il personaggio”. :)

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Ormai avrete capito che mi piacciono i bianchi e neri super contrastati e i colori sparati. Amenità, tra copertine e interni, soddisfa entrambe le mie esigenze. Quest’anno l’antologia, arrivata alla sua terza edizione, si fa in sei libretti: ognuno porta due storie, una occidentale e una orientale. Tema cuccioli, ma quando si tratta di Amenità non potete aspettarvi nulla di esageratamente puccioso…

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Una proposta raffinatissima, che anche in questo caso gioca sul doppio, Coppie miste di La Trama: due storie di due artisti diversi che giocano sul contrasto tra irrequietezza e calma. Silvia Rocchi, una delle animatrici del gruppo e partecipante a questo progetto, è un’altra delle disegnatrici da tenere d’occhio…

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Tuono torna vestito di nero, e mostra la sua parte meno trottolosa (che tutti sapevamo che era soltanto leggermente nascosta) con una storia di corpicini morti e di brutte persone che se ne approfittano (le brutte persone siamo noi). Bisogna sottolineare la cura di ogni pubblicazione di Grrrzetic.

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Chiudo con la nuova autoproduzione di Nicolò Pelizzon, last but not least. Before the wolves conferma la maestria compositiva del ragazzuolo, e continua a sfrucugliare in quel mondo che è cifra ben precisa del suo stile, e che, incredibile, è perfettamente precisamente italiano. E, badate bene, la capacità di ripescare l’inquietante, il mistero, il grottesco, il morboso dalla nostra tradizione, svincolandosi da calchi dall’immaginario di altri paesi, è una forza potentissima. Chapeau!

(Aggiornamento: chiudo il post e dimentico un sacco di cose. Almeno i libri di Giuda e le cassettine di This is not a love song, le autoproduzioni di Mammaiuto e Ernest, a conferma che il fumetto indie italiano is alive and kicking!)

Roland, l’elefante marino e un festival letterario a Milano

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È iniziato ieri sera Roland, macchine e animali, un festival letterario poco conosciuto (forse per una non adeguata promozione e copertura giornalistica?), che si svolge da tre anni a Milano, in una delle zone più multi-etniche della città a pochi passi da Via Padova.

Da tre anni questo festival, ideato da Marco Peano e Giorgio Vasta, mi offre incontri, lezioni, spettacoli in modo lievemente diverso da tutti gli altri festival a cui sono andata, riuscendo a smorzare l’idea di spettacolarizzazione dell’autore e riportando sul palco scrittura e opera, oltre a riflessioni a largo spettro sull’editoria e sulla cultura italiana.

Ieri sera uno degli appuntamenti più succosi e divertenti – e mi dispiace per voi se ve lo siete perso, segnatevi sull’iPhone di controllare il programma dell’anno prossimo - Stomaci, un’idea nuova per far parlare di sé e della propria opera due autori. Tralasciando chi si è alternato sul palco negli anni (comunque tutti autori italiani di altissimo livello), ieri c’erano Antonio Moresco ed Ermanno Cavazzoni.

L’idea è semplice ma efficacissima: prendendo spunto dall’elefante marino Roland dello Zoo di Berlino, che morto per ingestione di oggetti rivelò nel suo stomaco un numero impressionante delle cose più strane, viene chiesto agli autori di portare alcuni oggetti a cui sono particolarmente legati e di parlarne, rivelando così le connessioni tra quegli oggetti e le creazioni immaginifiche che hanno creato o stimolato.

Il messale di Antonio Moresco o le cartoline da Mauthausen di Cavazzoni mettono così in moto il racconto di ricordi, riflessioni, debolezze, ossessioni, ben illustrando il cortocircuito tra vita personale e pagina che sta dietro alla creazione letteraria.

Il festival Roland continua per tutto il weekend, se siete a Milano io ci farei un passaggio. Io ne torno sempre riconciliata con la cultura italiana e con le persone che ci lavorano. Forse c’è speranza.

Le Petit Néant, una rivista tra carta e rete

[articolo originariamente apparso su Lo Spazio Bianco]

935385_405889412841663_1708323341_n Per gli appassionati di illustrazione e fumetto le riviste sono uno strumento imprescindibile. Le migliori sono contenitori perfetti dove andare a pescare nuovi nomi e nuovi sguardi; questo chiaramente quando chi le cura è in grado di proporre una selezione attenta, grazie a un gusto che sappia discernere anche partigianamente nella molteplicità di oggi quel che vale la pena di offrire al lettore.

Ecco perché non mi sono lasciata sfuggire l’opportunità di ricevere una copia del primo numero (in 500 esemplari) di Le Petit Néant, rivista nata tra Italia, Londra e Parigi, e curata da Miguel Angel Valdivia e dalla designer Giulia Garbin.

Il primo colpo d’occhio è da autoproduzione minimale: copertina tipografica con nome della rivista e numerazione su cartoncino neutro, rilegata a filo nero, le pagine del quaderno non sono rifilate e sporgono dalla copertina. L’effetto generale è davvero anglosassone: un understatement molto elegante. Dentro, pagina bianca, pagina nera e si comincia con una carrellata ininterrotta di disegni.
Siamo più nel solco dell’illustrazione apparentemente, perché del fumetto manca (per lo più) la caratteristica principale della sequenzialità. Ma certo gli stilemi sono quelli del fumetto, o di un “certo” fumetto: molta matita, molta china, molto bianco e nero. E a confermare l’impressione compare qualche balloon, addirittura qualche vignetta e ogni tanto le pagine si moltiplicano diventando una storia di (al massimo) tre tavole. Per il resto si pesca da altri parenti illustri, oltre che dalla già citata illustrazione: grafica, collage, cartellonistica, graffito, xilografia.

Del resto sul posterino risografato inserito all’interno scopriamo che Le Petit Néant “is a magazine that covers the art of drawing” ovvero che si occupa in senso lato dell’arte del disegno. E si aggiunge tra l’altro che il primo numero non ha un tema, mentre quelli successivi esploreranno ulteriormente le possibilità della “pictorial narrative” ovvero della narrativa illustrata.

In questo numero un artista segue l’altro e a prima vista sembra impossibile capire di chi si tratti, a parte alcuni casi di facile riconoscibilità per motivi di appartenenza nazionale (Giacomo Nanni, Giacomo Monti, Ericailcane, Gianluigi Toccafondo, Francesco Cattani).

Kottie Paloma

Kottie Paloma

A osservare con più attenzione si scoprono pallini che si muovono bianchi o neri lungo il bordo della facciata e sostituiscono il numero di pagina. È il segnale per l’indice: aprendo le due bandelle si scoprono i nomi dei 29 artisti e là dove si colloca il pallino quello è il creatore del disegno. Se davvero ci va di scoprirlo, visto che il senso di tutta l’operazione (nata con una chiamata “alle matite” su internet a inizio 2011) sembra proprio quello di accostare disegno a disegno e lasciar trovare allo spettatore possibili fili conduttori, risonanze, arie comuni, come in un unico flusso immaginativo.

Se chiedete a me, io vado sempre alla ricerca di una narrazione e quindi ho sfogliato avanti e indietro questo primo numero alla ricerca di un tema fantasma, di qualche rimando e richiamo, anche se, come detto sopra, era programmaticamente assente.

Josephin Ritschel

Josephin Ritschel

In questa successione di frammenti, qualcosa va perso però. Se la motivazione per comprare una rivista può essere stata soddisfatta (ho certamente scovato qualche nome interessante, tipo: Josephin Ritschel, Charlie Duck, Andrzej Klimowski, Thomas Dowse), va però detto che soprattutto gli autori più minimali o astratti o fortemente espressionisti, che quindi non offrono nessun appiglio per leggere una storia, non riescono a catturare l’interesse, e cadono in un flusso di immagini da tubo catodico o ancor più da dashboard di tumblr.

In questo primo numero si scoprono nuovi segni e si cominciano a intravedere scorci di narrativa possibile. Certo rimane tutto in bozzolo, e mi viene da chiedermi se non sia poco, uno stratagemma facile per togliersi dall’impiccio di dover selezionare storie, indirizzare autori, scartare narrazioni non riuscite.
Di certo attendo con ottimismo il secondo numero, che pare vedrà la luce a settembre prossimo, secondo la stessa modalità di questo: artisti da ogni parte del mondo scovati attraverso la rete. Questo lo considero in realtà un numero zero, un catalogo interlocutorio di quel che verrà.
Qui la materia c’è ma ancora troppo informe per i miei gusti, ormai stanchi di flussi di immagini che non mi sembrano più latori di un senso di libertà ma rispettosi dell’imperante caos della comunicazione per immagini.

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