Diario 17/9/2012 – Il libro dell’inquietudine

André Kertész

Oggi ho rivisto un’amica, dopo un anno. Viviamo entrambe a Milano, almeno temporaneamente. Lei sta per partire: torna in Polonia perché la sua vita sta per cambiare radicalmente. Abbiamo bevuto qualche limonata a casa sua, lei mi ha fatto vedere magliette e pantaloni che conta di non ritraslocare, ma M. è molto minuta. Poi siamo andate a berci delle altre limonate in un locale, la mia aveva dentro anche del rum. Lei è contenta di tornare a casa, a Milano non si è mai trovata bene. Io le ho detto che Milano è una città dura, che è quello che mi aveva detto un mio professore, quando da Bologna stavo per andarmene. M. ha confermato. La stessa cosa me l’ha poi ripetuta un altro M., incrociato per caso nel sottopassaggio di Porta Garibaldi, ma lui di Milano è innamorato. Io di Milano non sono innamorata, la trovo più che altro dura. E con la mia amica M. dicevo che ho smesso di correre dietro agli uomini, che dagli uomini ora voglio sentirmi accolta e accettata. Ma dalla mia città sono scappata perché mi accoglieva troppo, che era anche un po’ quello che mi diceva quel mio professore. Ora io a Milano non so nemmeno più se voglio restarci, ma ci ho comprato la casa e il mio fidanzato sta qui e qui ci lavoro. Mentre andavo a trovare la mia amica M., nella libreria della stazione ho comprato Il libro dell’inquietudine di Pessoa. Non l’ho mai letto intero ma solo a pezzi – come è fatto – in altre librerie.

Leggo…

Quello che ho è soprattutto stanchezza, e quella inquietudine che è gemella della stanchezza quando questa non ha altra ragione di essere oltre al fatto di essere. Ho una intima paura dei gesti da abbozzare, una timidezza intellettuale delle parole da dire. Tutto mi sembra sordido in anticipo.
L’insopportabile tedio di tutti questi visi, ebeti di intelligenza o della mancanza di essa, grotteschi fino alla nausea da quanto sono felici o infelici, orrendi perché esistono, marea separata di cose vive che mi sono estranee…
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