Editoria Precaria

[riciclo un mio articolo, apparso qualche giorno fa su Precarie Menti, aggiungo una richiesta: parliamone per favore, del precariato in generale. è una pandemia, ma se la si nasconde non la si cura nemmeno]

Qualche anno fa lasciavo Bologna per trasferirmi a Milano e inseguire il mio sogno di diventare un editor. Pensavo, superba, di avere in mano il mondo: ero io il giovane virgulto che l’editoria stava aspettando, avevo studiato e avevo studiato bene, ero giovane, versatile, curiosa, desiderosa di imparare, piena di passione. Non immaginavo di trovarmi davanti a un mercato del lavoro ormai intasato da tanti idealisti come me, illusi dalla continua nascita di nuovi master negli ultimi dieci anni.
Oggi la mia convinzione di dominare il mondo e di poter essere ascoltata per le idee che ho, giuste o sbagliate che siano, è ridotta al lumicino. È rimasta la sensazione di dover approfittare di tutte o quasi le occasioni che mi vengono offerte e la delusione nello scoprire che molto spesso le cose mi accadono non per riconoscimento dei miei meriti ma solo perché mi trovo al posto giusto nel momento giusto, quando nessun altro sa come tirare via la patata bollente dal fuoco o, molto più semplicemente, non ne ha tempo o voglia.
Torno indietro alle presentazioni, ecco parte del mio curriculum: sono diplomata al liceo classico, laureata in filosofia, “masterizzata” in quello che tuttora viene lodato come il migliore master in editoria d’Italia. Dovrei essere considerata altamente qualificata per svolgere il mestiere che faccio (redattrice, editor, traduttrice, lettrice, curatrice) ma ora come ora il mio impegno viene ripagato con un contratto a progetto presso una casa editrice e un numero imprecisato di collaborazioni occasionali con altre aziende per cercare di incrementare le entrate.
Ma cosa fanno quelli che lavorano in casa editrice? Mediamente le persone non lo sanno. Sul tema c’è una battuta ormai classica che circola da sempre negli ambienti legati all’editoria (tramandata da Umberto Eco e probabilmente pronunciata da Valentino Bompiani, che a sua volta chissà da chi l’aveva copiata):

Una signora chiede che cosa faccia un editore: scrive libri? No, risponde l’editore, quelli li scrivono gli autori. Allora li stampa? No, quello lo fa il tipografo. Li vende? No, lo fa il libraio. Li distribuisce alle librerie? No, quello lo fa il distributore. E allora che cosa fa? Risposta: tutto il resto.

Quel “tutto il resto” è banalmente la scelta del testo da pubblicare (italiano o straniero), i contatti con gli autori o con gli editori stranieri, l’editing sul testo (ovvero la sua correzione più o meno approfondita), il controllo delle traduzioni, l’ideazione della grafica di copertina, la gestione dei diritti, il marketing, la comunicazione alla rete di vendita (ovvero i rappresentanti che dovranno convincere i librai a comprare il libro), la gestione dell’ufficio stampa, la responsabilità dell’ufficio tecnico (che si interfaccia con gli stampatori, e decide modalità di stampa, tipologia di carta, etc.).
La distribuzione di questi incarichi varia da casa editrice a casa editrice e a volte più di una di queste mansioni vengono svolte da una persona sola. Meno ovvio è che spesso questi incarichi siano ricoperti da professionisti inquadrati con finti contratti a progetto: in teoria, collaboratori, in pratica responsabili, ad esempio, di stipulare contratti tra l’azienda e gli autori, o di comunicare i nuovi libri della casa editrice alla stampa.
Ma come vivono questa situazione questi professionisti preparati e appassionati (ancor di più dato che questo è un mestiere che non si fa per caso, ma, come si dice, un “mestiere vocazionale”)?
Anno dopo anno i dipendenti scompaiono: chi va in pensione viene sostituito da lavoratori a progetto che in realtà lavorano più ore dei loro predecessori, senza poter contare su straordinari, ferie e malattia pagati; senza parlare di tredicesima, quattordicesima o bonus di produzione.
Nella casa editrice in cui lavoro attualmente, la redazione è composta per più della metà da firmatari di contratti a progetto, che per la maggior parte svolgono un lavoro che è in tutto assimilabile a quello dei loro colleghi dipendenti (necessità di presenza più o meno fissa in ufficio, totale assenza di autonomia nello svolgere il proprio lavoro, rinnovo automatico del contratto, e per la stessa mansione, che per altro è quasi sempre difficilmente riconducibile a un progetto circoscrivibile e limitato nel tempo).
Le conseguenze della precarizzazione del lavoro incominciano a essere chiare, se non universalmente almeno a chi come me ha trent’anni e fa parte forse della prima generazione che ha diffusamente e organicamente risentito di questo cambiamento nella gestione del lavoro.
Io sono fortunata ad avere un compagno, perché altrimenti dovrei probabilmente dividere la stanza con qualcun altro; ma con i nostri 2000 euri lordi al mese siamo comunque costretti a condividere casa con uno sconosciuto. Se volessimo aprire un mutuo ci troveremmo probabilmente in difficoltà. Per ora figli non ne vogliamo, ma anche in quel caso si aprirebbero scenari sconfortanti. Per non parlare del fatto che ogni anno si arriva a dicembre con il fiato rotto: l’anno prossimo lavorerò o no?
Ma al di là di queste conseguenze generiche che colpiscono tutti i precari, ce ne sono altre che riguardano precipuamente il lavoro precario in ambito editoriale, e che finiscono per influire su uno degli oggetti culturali per antonomasia: il libro.
[Conoscendole meglio, ora mi limiterò a parlare delle conseguenze della precarizzazione del lavoro in ambito prettamente editoriale, ovvero delle sue ricadute sul lavoro dell’editor (colui che ha come compito principale quello di leggere libri italiani e/o stranieri e comprendere se possano interessare ai lettori e rientrare nella programmazione della casa editrice per cui lavora) e sul lavoro del redattore (colui che corregge la forma del testo sia a livello macro, ovvero di struttura, sia a livello micro: sintassi, grammatica, ortografia).]
Ormai i lavori vengono svolti a cottimo (correggi tot pagine e ricevi tot soldi); spesso al di fuori delle case editrici e quindi lavorando in automatico e perdendo completamente il senso dell’obiettivo della casa editrice. Mediamente un redattore o lettore esterno non ha alcun potere contrattuale; l’unica scelta è quella di accettare o meno le condizioni economiche, le tempistiche e le modalità della casa editrice. Il ricatto è sempre quello: se non lo vuoi fare a queste condizioni, troverò di certo qualcuno che lo fa al posto tuo. I lavoratori a progetto dovrebbero essere professionisti autonomi e in quanto tali stipulano i contratti individualmente e non possono fare valere collettivamente le loro istanze, o perlomeno non ci sono ancora organizzazioni che glielo permettano davvero. Per arrivare a una retribuzione mensile sufficiente, i redattori devono accettare quante più commesse possibili e giostrarsi tra mille lavori contemporaneamente pur di non rimanere senza soldi. Si dice che se rifiuti un lavoro una volta, da quell’azienda non riceverai più commesse. Spesso poi sono gli stessi redattori precari “interni” alla casa editrice a mandare le commesse all’esterno: redattori che come dicevamo lavorano mediamente più dei dipendenti, e sono costretti a coprire tutti i buchi nell’organizzazione dell’azienda. Questi redattori spesso non si rendono conto di comprimere i tempi di lavorazione dei redattori “esterni”. È la guerra tra i poveri, anche in ambito editoriale. Alla fine quest’ansia di prendere tutto anche se non si ha davvero tempo per svolgere il lavoro con calma, pur di guadagnare abbastanza, porta a un’ovvia depauperazione della qualità dei libri.
Da un punto di vista psicologico, poi, c’è la sensazione di essere lasciati soli e di non essere ascoltati per le proprie proposte e idee. I nuovi redattori che, come me qualche tempo fa, si affacciano alle case editrici vengono immediatamente abbandonati a loro stessi. Si restringono sempre più i momenti di formazione interna. Spesso anzi si instaura un clima di diffidenza tra colleghi, preoccupati di rimanere attaccati al loro lavoro. Mors tua, vita mea: occhi bassi sulla bozza, e macinare parole.
Il concetto di dipendenza viene modulata alla bisogna dai “capi”. Teoricamente sei autonomo, però mi servi internamente per svolgere un lavoro analogo a quello di un dipendente senza dovermi sobbarcare il suo costo del lavoro. D’altro canto, essendo tu meno di niente perché collaboratore e quindi autonomo, non puoi avere idee o influire sulle scelte aziendali, e se la tua fosse proprio una buona idea, il merito non potrà che prenderlo qualcun altro, magari quell’unico dipendente che può “rappresentare” l’azienda.
Faccio un esempio banale: se io, lavoratrice a progetto, scovo un autore ancora non pubblicato e lo propongo alla casa editrice, questo mio lavoro (che implica una formazione precisa, capacità di ricerca, conoscenza approfondita del mercato straniero e/o italiano, acume, curiosità, lungimiranza, preveggenza etc. etc.) non verrà riconosciuto in alcun modo. Se davvero piace, il libro sarà acquisito, messo in lavorazione e pubblicato, ma il merito andrà tutto al direttore editoriale che potrà al limite essermi riconoscente. Se anno dopo anno io mi vedo soltanto rinnovare il contratto a progetto e quindi questa riconoscenza non si tramuta in nulla di concreto, secondo voi quante altre volte avrò voglia di usare il mio tempo (anche extra lavorativo, dato che questo mestiere è difficilmente circoscrivibile alle ore d’ufficio) a cercare nuovi autori? Pensate a quanto questo spreco di persone preparate e formate e curiose e piene di passione potrà influire a lungo andare sulla vivacità culturale di questo paese.
Ma questa situazione generalizzata è riconosciuta dagli editori? Nell’ultimo rapporto sullo stato dell’editoria, pubblicato dall’AIE (l’Associazione di categoria degli editori italiani), si trova solo un criptico passaggio relativo alla condizione del lavoro nelle case editrici. Dopo i dati sulla grandezza del mercato italiano, sulla percentuale di lettori (purtroppo ridotta) e sulla crescita del fatturato dell’industria editoriale, si accenna di passaggio che “i segnali di crisi emersi nel 2008 preannunciano ombre sul tessuto occupazionale (specie su collaboratori esterni e su grafici, illustratori)”. Tutto qua.
E ora facciamo un giochino, vi sfido!, andate sul sito dell’AIE (http://www.aie.it/) e provate a trovare notizie, articoli, analisi, statistiche, chessò: accenni, sul precariato in editoria. Io non ci sono riuscita. In generale, sulla stampa nazionale, la condizione del precariato intellettuale all’interno delle case editrici librarie è taciuto.
Penso che anche la non consapevolezza dei lavoratori faccia parte integrante del problema. C’è una tale aspirazione a fare questo lavoro, che troppo spesso vengono accettate condizioni, trattamenti e pagamenti che non sono per nulla in linea con la propria formazione o esperienza professionale. E le aziende hanno tutto l’interesse a mantenere i lavoratori divisi, senza una reale comunicazione tra di loro, in modo che non sappiano cosa succede a chi fa il loro stesso lavoro. Va a finire che chi ha più potere contrattuale spunta condizioni migliori, la massa degli altri rimane a terra.
Credo poi che ci sia una vera e propria connivenza dei master, corsi universitari, corsi tenuti dalle piccole case editrici, che continuano a nascere in Italia. Perché non viene fatto cenno alla condizione precaria nell’editoria? Perché non si aiutano gli studenti oltre che a formare la propria professionalità, anche a valutarla e a farla riconoscere economicamente?
Per quanto mi riguarda, mentre mi faccio queste domande, continuo ad andare avanti, ancora innamorata del mestiere che faccio, anche se sempre più arrabbiata per le condizioni in cui sono costretta a farlo; senza riuscire, e non per colpa mia, ad affezionarmi ad alcun progetto di lunga durata.
Continuo a pensare che una nazione che non immagina il futuro sia una nazione morta.

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11 pensieri su “Editoria Precaria

  1. Pingback: Nel calderone del precariato | Minitrue

  2. PARLIAMONE. Si, ma come? Una vera richiesta di informazioni. Soprattutto perchè la formulo verso chi mi può capire come precaria dell’editoria (a essere sincera la mia esperienza si ferma alle collaborazioni gratuite accompagnate dalla frase “è un’ottima esperienza…da mettere a curriculum” …come se io le bollette le pagassi a curriculum). Organizzarsi? Un ordine dei redattori? E se invece si proclamasse uno sciopero e una serie di proteste FORTI? Non sto scherzando. Come ci si può organizzare, mettersi in contatto, creare un apparato che possa avanzare richieste, pretese e tutele FACENDOSI ASCOLTARE?

    • @ dodicesima strega: è un discorso complesso, su cui io sto riflettendo molto, ma non ho soluzioni in mano. tra l’altro in questo settore specifico, si accompagna anche a cambiamenti inevitabili nella catena del lavoro, alcuni già avvenuti, altri che l’industria editoriale sta cercando in gran parte di evitare (mi riferisco ovviamente all’ebook). io credo che buona cosa sia iniziare a discuterne. magari ti scrivo chissà :) il mio indirizzo comunque lo trovi in chi sono?

  3. M A C H E M A R E A D I S T R O N Z A T E D E T T E T U T T E I N U N A V O L T A !

    Mi vengono in mente due parole; una che inizia con la P e l’altra con D…

    Direi, che a dar retta alle statistiche, si evince che siamo in troppi… due le strade: o lo sterminio dei “rami secchi” oppure un più civile precariato, anticamera della creazione del “mercato del lavoro”, FINALMENTE lontano dalla decadente idea del posto fisso (che affossa la meritocrazia).

    At salut

    • saran pure stronzate dal tuo punto di vista, dal mio è vita vissuta. e tanto per precisare, non sono affatto alla ricerca del posto fisso.

  4. confrontiamoci pure nel primo post (perchè non scrivo più); quantomeno per comodità.

    Prima però documentati sulla durata di un ciclo economico e su cosa sono le inerzie storiche.

    At salut

  5. Pingback: Il Precariato nei libri. Il Precariato nell’editoria. Il Precariato nella Vita. | FESTIVALIBROCAMPANIA

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