due cose ancora sul mestiere editoriale

vorrei passare più tempo su queste pagine, perché scrivere potrebbe aggiungere soddisfazione alle mie giornate; insieme alla riflessione, al dialogo, all’invettiva e alla discussione che potrebbero scaturirne se io avessi la costanza (e gli spazi) per starci dietro. vorrei semplicemente avere più tempo per leggere, online e offline, e scrivere mettendo in fila pensieri e parole.

qualche giorno fa pensavo che forse esiste una forma di selezione naturale per la gente che avrà successo o farà carriera (e io ne sono ovviamente esclusa – e non ho ancora capito se questo mi avvilisce o meno): la capacità di restare svegli più ore a notte. io sto tirando quella corda, ma ho bisogno di dormire. mi piace, lo adoro, ma ne ho anche bisogno. e soprattutto dopo il lavoro intellettuale. tempo fa, ho passato mesi a dormire 4 ore per notte, ma poi dovevo servire caffé e scaricare bottiglie di liquori. era una fatica diversa, non meno sfibrante, ma il mio corpo ha probabilmente più resistenza della mia mente. dopo otto ore e più che sei sulle carte (o davanti al monitor) la mente vacilla.

pensavo al perfezionismo di chi fa il mio lavoro.

s. m. tendenza a fissare una misura di perfezione ideale al proprio agire: perfezionismo morale
(psicol.) tendenza nevrotica, che può assumere forme ossessive, a cercare costantemente risultati
perfetti e perciò irraggiungibili.
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non penso di essere esageratamente perfezionista – anche se amici estranei al mestiere editoriale pensano il contrario. come in altro, sono sostanzialmente doppia, oscillo tra il bisogno di ordine e perfezione e cura ed esattezza, e la noia e il calo di attenzione e il caos e la pigrizia. forse è la mia parte creativa che si ribella alla regola.

è abbastanza doloroso, perché poi quando abbasso la guardia o faccio più cose contemporaneamente e inevitabilmente fallisco, lo scotto è altissimo. non sopporto di sbagliare o di essere da meno di altri. non è salutare: ti fa dimenticare ciò che di buono succede e rincorrere ogni minimo praticolare.

e poi c’è l’altro elemento di questo lavoro che ho notato in questi pochi giorni nella Casa Editrice Sassolino. e non credo che sia legato al luogo specifico e nemmeno caratteristica di questo mestiere, anzi. ma mi interrogo sul perché ci sia, a maggior ragione tra gente che continuo a ostinarmi a pensare di cultura. mi attardo nel definirlo perché non so come chiamarlo, le parole potrebbero sembrare forti. nel mio caso sono solo sfumature. un portato delle gerarchie, un ricordo del nonnismo.

s. m. (gerg.) tradizionale condizione di privilegio del soldato anziano (nonno) rispetto alle reclute.

sottolineare di continuo che sei l’ultima arrivata, che quel computer non te lo meriti, che sei fortunata ad avere una scrivania o l’ultimo programma all’avanguardia. tutto detto col sorriso, e seguito da un “sto scherzando!”, ma, alla fine, il risultato è lo stesso, identico: farti notare che davanti a te c’è qualcun altro, che devi stare in fila, non devi sgomitare; e se anche dovesse essercene per tutti, sarebbe un’ingiustizia il tempo che loro hanno aspettato più di te.

ormai più di un mese fa (ma, come dicevo, l’ultimo periodo di lavoro è stato abbastanza intenso e poco “aggiornato”), ilaria viveva un momento di celebrità scrivendo di libri e traduzione. non ripeterò qui ciò di cui si parlava, né i motivi del contendere, anche perché non è ciò che mi interessa. ciò che mi ha colpito è stato l’atteggiamento di ilaria nei confronti del suo lavoro (nel caso specifico la traduzione, ma io mi arrogo il diritto di allargare al mestiere editoriale in genere – redazione, lettura, editing, anche perché sono certa che anche lei se ne occupi). in un primo momento l’atteggiamento freddo di ilaria mi ha infastidita, ma poco a poco ho incominciato a trovarmi d’accordo e a ripescare nelle mie riflessioni passate uno stesso rumore di fondo. mi è sempre piaciuto pensare a un mestiere editoriale, così come mi è sempre piaciuto parlare di un mestiere nella scrittura. poi può esserci più o meno talento, passione, costanza, quel che volete, ma ho sempre creduto che si debba sempre più mettere da parte l’idea del genio, di crociana memoria. anche per umiltà, se volete, nei confronti di un paese che ci pensa folli (a voler essere gentili con noi stessi: molto più probabilmente ci pensa scemi o non ci pensa), e per trovare il modo per comunicarci, se ancora è possibile.

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5 pensieri su “due cose ancora sul mestiere editoriale

  1. Leggo ciò che hai scritto e la cosa più buffa è che mi ritrovo in tante cose. Abitiamo in città diverse, siamo di due generi differenti, facciamo un lavoro simile ma con modalità un po’ dissimili (io sono “libero professionista”).
    Che dire del nonnismo… Non so se sia il mio caso, tutt’al più spesso ho riscontrato indifferenza o sufficienza, scarsa cura, ad esempio nel preparare i contratti per il mio lavoro. Ma dal punto di vista professionale grande rispetto; forse questo è uno dei rari vantaggi dell’essere un free-lance, del non condividere spazi e tempi con altri redattori?
    Che dire del perfezionismo? Una malattia difficilmente debellabile. Mi chiamano “cagaspilli”? Grazie tante, sono un redattore! Peccato che la dannata etica della perfezione (o meglio, della perfettibilità) spesso si ritorca contro di me. Se mi affidano una correzione sull’ultimo giro di bozze e trovo necessari interventi di revisione, raramente lascio correre, anche se sono pagato per correggere.
    Abbiamo tutti immaginato il lavoro editoriale come una passeggiata nell’Olimpo fatato della Cultura. Appena due passi e ci si accorge che è un lavoro come un altro; forse peggio di altri per quanto riguarda la competizione e la ragnatela familista.
    Eppure è il lavoro che preferisco, è quello che so fare e che voglio fare.
    Alessandro

  2. @ Alessandro: anche io per lungo tempo ho pensato di diventare libera professionista (e non è ancora detto che in futuro non lo diventi), ma essendomi trasferita da poco a Milano, ancora nessuno sapeva della mia esistenza e cercare di restare dentro a una casa editrice era più comodo e più formativo.
    con “nonnismo” sono consapevole di avere usato una parola forte, ma volevo cercare di far passare il concetto – in tempi in cui si parla tanto di giovani e baronie (e a ragione, sia ben chiaro: penso che sarebbe necessaria una riflessione ben profonda, perché sono in campo comportamenti fondamentali delle persone che difficilmente possono essere cambiati da una legge se non vengono prima capiti). diciamo che avendo cambiato due luoghi di lavoro in dieci mesi mi sono resa conto di come venga guardata la nuova persona, un modo che a me ha ricordato l’esperienza da matricola. poi nessuno mi ha legato le stringhe delle scarpe o mi ha picchiato con il sapone…
    il perfezionismo è una mala bestia. proprio oggi mi sono chiesta un’altra cosa a riguardo. il nostro lavoro è basato su una competenza molto astratta, come se fosse un contenitore che viene riempito volta dopo volta da contenuti creati da altri che noi dobbiamo solo verificare e correggere. e a volte mi rendo conto di quanto sia difficile comprenderla dall’esterno e mi chiedo quanto possa risultare fastidiosa. se io pongo un problema di uniformità, poniamo a livello grafico (il caso di oggi), la persona che dovrà occuparsene oltre a pensare che mi faccio strani problemi, non si potrebbe anche suscettare perché me ne impiccio? ma se io non lo faccio, non vengo meno a uno dei miei compiti?

  3. Spesso la grafica non ha regole ben precise, se basa molto di più sulla composizione, sull’estetica ed è più difficile usare sempre gli stessi canoni… “open your mind”
    E forse l’altra persona ha sbagliato a non dirti che ogni caso va preso per sè e non sempre va basato su altri casi perché potrebbero essere sbagliati i primi o più semplicemente sono cambiate le impostazioni nel corso del tempo.
    … e se una persona ha dei dubbi o perplessità perché non chiedere e condividerle?

  4. @ clara: stiamo dicendo in parte la stessa cosa, nel senso che io non accuso nessuno e sono anche io una sostenitrice del confronto. quello che volevo sottolineare, però, anche in modo assolutamente autoironico rispetto alla “categoria” dei redattori di cui faccio parte (per una parte della mia vita) è il perfezionismo sfrenato, che in quanto tale è assolutamente miope perché si concentra soltanto su certe cose in modo anche molto rigido e poco comprensibile e spesso molto stupido.
    da un punto di vista comunicativo (e anche edonistico) penso sia vero che sono molto più interessanti e coinvolgenti e “catturanti l’occhio” le soluzioni grafiche più creative e originali, ma penso sia anche vero che spesso chi svolge questi due lavori faccia una gran fatica a capirsi, perché pone l’attenzione su cose diverse. e una cosa che mi è capitato di osservare nella miriade di posti in cui sono stata finora (non sto parlando solo o nello specifico di “oggi”), è che spesso le due figure professionali (redattore e grafico) non riescono proprio a capirsi e tendono ad arroccarsi su posizioni preconcette che di certo non fanno bene ai libri.
    ammesso come sempre che il lettore se ne accorga…

  5. il lettore non se ne accorge affatto secondo me! Il problema vero forse è questo! Noi ci scervelliamo su come può essere accattivante graficamente o perfetto editorialmente un libro, ma credo proprio che alla fine è solo una mera soddisfazione personale. Purtroppo il lettore non ne è consapevole, ma l’importante è che abbia scelto il nostro “bambino”.

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